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Chi sei destinato ad essere?

In Africa si dice che ogni anima, prima di nascere, si inginocchia davanti al Creatore e sceglie chi vuole essere, in presenza del Fa, l’oracolo.

Poi, nel momento in cui nasce, riceve un nome — e con il nome i condizionamenti: la famiglia, la società, la cultura del luogo in cui nasce.

E nel cercare di adeguarsi ad essi, perde di vista la propria vera natura — chi era veramente, prima del nome.

Chi sei destinato ad essere?

Sul lago di Garda c’è un luogo dove tornare a sentirlo.

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Chi arriva qui

Quasi nessuno arriva perché sta male.

Arriva chi ha una vita che da fuori funziona e da dentro non lo riguarda più. Si è perso in casa propria — ed è lì che è più difficile accorgersene: da fuori non manca niente.

Arriva chi fa un mestiere che non gli somiglia, e chi in certe stanze si sente un pesce fuor d’acqua. Chi è fermo, spento, confuso, e non sa dire da quando.

Arriva chi una cosa non l’ha mai cominciata, perché pesa troppo quello che direbbero gli altri. E arriva chi è giovane, e la strada che gli indicano non è la sua: nessuno gli ha ancora chiesto cosa è destinato a essere, e intorno ha strade che promettono molto e prendono tutto.

Arriva chi è sempre allo stesso punto. Stessi ostacoli, stesse persone, stesse situazioni — come se qualcosa remasse contro. Prima o poi smetti di chiamarla sfortuna.

Arriva chi sta attraversando un passaggio — una separazione, un lutto, un’eredità, un figlio che esce di casa, un’attività che cambia mano — e vuole attraversarlo intero invece di subirlo.

E arriva chi non porta sé stesso. Porta una casa che non trattiene, un’attività che vale più di come si racconta, un gesto che una volta era suo e adesso esce solo corretto.

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Cosa si fa qui

Si ascolta. Prima di tutto un incontro. Serve a capire cosa serve — e certe volte a capire che non serve niente. il consulto

Si toglie quello che si è depositato sopra. I condizionamenti, i blocchi, quello che non era tuo e ti è arrivato addosso lo stesso. la via della vita

Si riapre la strada. C’è un oracolo che si consulta, un segno che si porta addosso, un rito che rimette una persona nella direzione che è la sua. il rituale di espansione

Si protegge. Perché quando cominci a stare bene, a qualcuno dispiace — e da dove vengo su questo non ci si illude. la protezione

Si ascolta insieme. Una sera, un brano, una chiave per attraversarlo. Non serve sapere di musica, non serve raccontarsi: si sta, e alla fine si dice cos’è cambiato — in chi ascolta, non nel brano. l’arte che vive

Si suona, si danza. Perché certe cose non passano dalle parole, e un corpo capisce prima della testa. le danze

E una volta l’anno si va alla radice, in Togo, dove tutto questo mi è stato consegnato. il viaggio

Come si tiene insieme tutto questo →

Da qui si torna persone vive.

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«Verso lo spirito sulla materia, perché torni ad essere anima.»

Questa casa

Questa casa è un luogo vivo, allineato a quello che è destinato a essere: a quello che era prima del nome.

E non l’ho scelta io. Mia madre è nata fra queste mura. Sognava l’Africa e non ci è mai andata; mi parlava di animismo senza saper dire cosa fosse. L’Africa è arrivata dopo — qui, nella casa dove lei era nata. La Casa

È stata pulita, insediata, attivata secondo la tradizione ewe: Calixte è venuto qui di persona a completare l’attivazione, e gli spiriti si sono manifestati.

E non è un’isola. Sta a Balbiana, sopra il lago, in un paese che porta il nome di una dea: Manerba viene da Minerva. E Minerva qui non l’hanno portata i romani — hanno dato un nome a un culto che c’era già, e a un’acqua che sapeva già togliere di dosso quello che non è tuo. Anche un luogo ha qualcosa da prima del nome. Prima di Minerva

Un luogo vivo può essere il tuo più grande alleato.

È quello che mi ha insegnato l’esperienza: ti permette di vivere allineato al tuo fato. E confrontandomi con la spiritualità africana mi sono reso conto che ci sono azioni precise che rendono vivo un luogo. Le ho provate prima su un’altra casa; poi ho cominciato a farle per case non mie, e poi per negozi, alberghi, studi, aziende — e persino per paesi e città.

A questo lavoro ho dato un nome: la medicina dei luoghi. La medicina dei luoghi

E si fa anche questo

Oltre a lavorare sul tuo fato o sul tuo luogo, qui ci si incontra e si leggono le opere vive. Due modi complementari, e si imparano attraversandoli: uno per la musica, uno per le immagini. L’arte che vive

Un’opera viva non parla dell’autore che l’ha fatta. Parla di te. Perché a un certo punto lui si è fatto da parte, per lasciarle tutto lo spazio — e lei continua a vivere dopo la sua morte, e a fare le sue domande a chiunque la attraversi.

E quello che gli ha permesso di farsi da parte è un percorso come la via della vita: un lavoro di ogni giorno in cui lasci andare quello che non ti serve, e resti con la tua parte più umana — e più universale. Questo, in fondo, è essere una persona viva.

Io li chiamo artisti-sacerdoti, ma non serve arrivare a tanto: puoi farlo con il mestiere che hai già — o con quello che scegli dopo aver lasciato andare ciò che non ti serve, mestiere compreso. L’artista-sacerdote

E se è successo a qualcuno, vuol dire che c’era qualcosa da prima. Da prima del nome.

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Andrei Rublëv, Arcangelo Michele

E chi tiene questo luogo?

Sono Marco, e sono sacerdote della tradizione ewe. I consulti e i rituali li faccio io: leggo il Fa, tolgo quello che si è depositato, consacro, proteggo. Non è una cosa che ho studiato — mi è stata consegnata in Togo da Calixte Hountondji, e il compito che ho è tenerla. Il suo centro è ancora lì, e non è nato a Manerba. Agbemò

Vengo dalla musica, e la uso per pulire i luoghi. Un brano lo leggo come un viaggio della coscienza — e da quando mi confronto con la cultura africana, i compositori che amo li tratto per quello che sono: antenati, e maestri.

Rosa ha fatto la stessa cosa, dall’altra parte del mondo. A ventidue anni ha lasciato Govie, la famiglia, le sorelle, e un negozio che aveva appena aperto con fatica. Non sognava l’Europa: stava bene a casa sua, e la sua terra le manca ancora ogni giorno. È partita lo stesso, per fiducia nel suo cuore. Io ho lasciato un’azienda: lei ha lasciato di più.

Seguire il proprio fato non è facile per nessuno, in nessuna parte del mondo — e non è un lusso da bianchi. Questa casa, e questo progetto, li teniamo insieme — e le danze qui le porta lei. le danze con Rosa

Quando ho seguito il mio fato non è arrivato solo il lavoro. È arrivata anche lei, e al momento giusto. Chi siamo

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Non promesse mie: le parole di chi ha attraversato la Casa, con la propria voce e il proprio volto.

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Quanto costa. Devo crederci. Non è appropriazione culturale. Non ti stai inventando un culto.

Sono le domande che fermano qualcuno un attimo prima di scrivere — e hanno una risposta.

Le domande difficili

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Casa dell’Anima · via Marconi 18, Manerba del Garda · @lacasadell_anima